Paola Casulli





HOTEL SERENA

Partivano dal paese la mattina presto, di sabato. Si fermavano a metà strada in una bottega fresca e buia per acquistare due panini. Lui spegneva il motorino restituendo il silenzio all’alba e al mare e aspettava lei, inghiottita dal fruscio di fili in plastica colorata del negozio. Se li faceva preparare sempre allo stesso modo. 
«Uno più grande, e uno più piccolo, per favore. E in quello più piccolo non ci metta la mozzarella, solo il prosciutto. Grazie». E sorrideva, abbassando lo sguardo imbarazzato sulla distesa di salumi dietro la vetrina del bancone. Una bottiglia d’acqua e qualche volta un piccolo dolce costituiva la loro semplice colazione. L’avrebbero consumata in seguito. Sdraiati a letto, il cuscino ripiegato sotto la testa, masticando lentamente. Uno sguardo alla piccola, sottile fettuccia scura di formiche sul davanzale della finestra socchiusa. «Non fare briciole – gli diceva. Lui scuoteva il capo e addentava un altro pezzo di pane. Lei sapeva che dopo avrebbe riportato sulla pelle piccole ammaccature. «Cosa sono queste?» le chiedeva, poi, meravigliato. «Nulla. I resti di un amore» rispondeva lei ironica e si infilava sotto la doccia. “Un uomo è un uomo” pensava ridacchiando. L’hotel Serena si ergeva su un’area di castagni e faggi. Sul versante della montagna che affacciava sull’isolotto di Sant’Angelo. Da lì il mare era una distesa di puntini luminosi sotto la luce gialla del sole. 
Lei amava quella parte dell’isola. Umida e ombrosa, distava almeno quindici chilometri dal più vicino centro abitato. Ma non si sentiva estranea o fuori luogo. Lui, l’uomo con il quale si inerpicava su per i ripidi tornanti sconnessi, era più di una realtà ordinaria. Era un turbamento superiore. Un amalgama di smania segreta e felicità rivelata che mai avrebbe immaginato valesse la pena vivere. Facevano all’amore in quell’hotel dimenticato da Dio e dagli uomini una volta alla settimana. In estate, quando lei lo raggiungeva per le vacanze. Da giugno ad agosto. L’affittacamere era un uomo anziano. Imbiancato e con il viso grinzoso come il cuoio, era stato in mare tanti anni. Dopo si era ritirato sulla cima del monte riaprendo ai pochi, sporadici clienti, le stanze di quella piccola proprietà di famiglia dalle mura vermiglie e un giardino domato appena. La pancia prominente, si aggirava per il vecchio hotel in canotta, biascicando parole incomprensibili. Di lui dicevano che fosse un solitario. Che non parlasse mai con nessuno e che non scendesse in paese se non per rifornimenti a uso personale.
Quando arrivavano, arrancando su per l’ultimo tratto di foglie e pietre, l’affittacamere sorrideva. Era l’unica volta. Gli piacevano quei due. «Signor Paolo, buongiorno!». Ma l’uomo non si chiamava Paolo. L’altro nome, quello vero, non glielo dissero mai. Ché mantenere l’anonimato, in certe questioni, andava sempre bene. E poi, a lui, all’affittacamere, quel nome sembrava proprio andasse a genio! Di tanto in tanto offriva loro piccole nespole mature; due, tre pesche profumate. Raramente dei piccoli peperoncini rossi, che «sono buoni, sa? Spremuti sul pane e pomodoro, signor Paolo!». Poi tornava a rinchiudersi nel suo silenzio. Coltivava rose. Rose bianche. Ai lati di un vialetto di ghiaia, sotto uno stretto e ombroso pergolato di viti a picco sul mare. Le camere, non più di cinque o sei, erano arredate spartanamente. Con i bassi soffitti di travi e le tendine ocra a quadrettini azzurri, avevano un’aria vagamente provenzale. Le lenzuola erano fresche e pulite ma qua e là presentavano piccoli rattoppi e il cotone, celeste o rosa pallido, era liso e sbiadito. Ma loro non ci facevano caso. Scoperchiavano il letto e si buttavano nudi l’uno nelle braccia dell’altra. Facevano l’amore per ore. Il caldo torrido bagnava loro la pelle, di un sudore buono, lasciandoli senza fiato.
Dal portico proveniva musica. L’affittacamere aveva una piccola radio accesa sempre sullo stesso canale. A volume alto, canzoni anni ’60 si levavano nell’aria, struggenti e antiche. A loro piaceva pensare, con malizia, che lo facesse per non sentire i clienti. I loro gemiti e il loro piacere.
Nel primo pomeriggio ridiscendevano a valle. Il motorino tenuto in folle, senza il rumore del motore a far tremare i pensieri. Non mettevano i caschi. Per i primi dieci minuti di discesa si godevano il vento e il sole ancora alto nel cielo a imbiancare le vele all’orizzonte. Lei a volte cantava. A squarciagola. Killing me softly, with his song, killing me softly... Sempre con lo stesso tono, malinconico e rauco. A volte restavano entrambi in silenzio. Allora lei spalancava le braccia e alzava il viso verso il cielo. Lui guidava piano. Una mano sul manubrio, l’altra, dietro la schiena, sotto la coscia di lei, a tirarle un pizzicotto o ad accarezzarle dolcemente il ginocchio. Si fermavano all’ultima curva. Il sole a renderli quasi ciechi, guardavano le isole lontane. Un ultimo bacio. Poi si rimettevano i caschi ed entravano in paese. Lei pensava a un figlio. – Se avrò una femmina, la chiamerò Serena. – Poi si separavano. Allora lei scendeva dal motorino. Riponeva il casco nel bauletto e andava via. «Io ti amo – gli diceva. «Pure io» le gridava lui dietro mentre lei si allontanava, e non aggiungeva altro. "Pure io” aveva detto, e si sentiva turbato come se avesse voluto aggiungere qualcos’altro ma la mente fosse rimasta vuota e lui si aspettasse che tutto restasse com’era. Il viso di lei rivolto verso il suo e poi lei che andava via con l’andatura morbida. Coraggiosa e vulnerabile insieme. La pelle abbronzata. 
Non avrebbe mai potuto darle di più di quell’unica espressione d’amore e di passione. Vivevano talmente discosti dalla realtà da non sapere più chi fossero stati in principio. E se mai ci fosse stato un principio per loro, non sarebbe stato diverso da quel semplice stare lì. Come in quel momento. Riavviava il motore tornando verso casa. L’estate successiva si rivelò più calda del solito. Non erano più tornati lassù, sul lato dell’isola a picco sul mare. Una sottile distanza si era insinuata tra loro, come il caldo rovente che quell’anno filtrava, più persistente del solito, nelle persiane chiuse delle case. Lui incontrò l’affittacamere un pomeriggio nella piazza del paese. L’omone, impacciato e schivo, gli porse la lettera. Era stropicciata e rovinata in più punti. L’aveva conservata in tasca per giorni, gli disse come scusandosi, scambiando lo sguardo interrogatorio di lui con la contrarietà di aver sgualcito la lettera. La vivida luce del giorno ne evidenziava in trasparenza le poche righe. D’istinto sottrasse lo sguardo concentrandosi sulla mano che gliel’aveva consegnata. Vide una grossa spina nera ad arrossare un polpastrello, teso in una ferita purulenta. 
«Le rose... – accennò, sorridendo appena, l’affittacamere. – Le rose sono malafemmine!». «Profumano ‘aria ma t’avvelenano il cuore...» aggiunse lui. Poi, prese la lettera, la infilò nella tasca dei bermuda, mise in moto e si avviò piano. Aveva gli occhi azzurri socchiusi in una fessura umida. Una ferita che non si sarebbe rimarginata più. Basse nubi di afa inghiottivano il frinire delle cicale nell’erba alta, ai margini dei tornanti. D’un tratto accelerò accordando il rumore del motore al cuore. Per sopraffarne il battito, quasi si illudesse di non dispiacersi. Di riuscire a non sentirne la mancanza. Non si sarebbe preso cura di lei. E lei non ne avrebbe avuto bisogno. 















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Paola Casulli è giornalista pubblicista e fotografa. Ha pubblicato 5 raccolte poetiche: Lontano da Itaca (Pentarco ed.); Mundus Novus (Del Leone ed.); Pithekoussai, canti di un'isola (Kairos ed.); MITOgrafie (Kairos ed.); Al di là degli alberi e per stagioni ombrose. (Kolibris ed.) Menzionata più volte al Premio Montano, scrive anche poemetti brevi.