MALETA REAL CASA DEI MATTI




AUTORE: Benedetta Tomasello

GENERE: Narrativa

EDITORE: Qanat Edizioni

Recensione di Ilaria Cino






Diceva Alda Merini che “a fare del male non sono i matti ma i sani di mente” e questo male, lasciato in sordina come i resti di un delitto, trova voce nel romanzo di Benedetta Tomasello “Maleta Real casa dei matti”.
Nel titolo sono già presenti degli elementi d’interesse, come il nome “Maleta” di origine spagnola, letteralmente “valigia”, che lascia pensare ad una partenza o ad un ritorno, e quel “Real” anteposto a “casa dei matti” quasi a voler ricalcare quel labile giudizio, ma non privo di conseguenze per chi lo riceve, tra chi è normale e chi non lo è.
Sotto quest’aspetto e ancora nelle parole della Merini “Chi decide chi è normale? La normalità è un’invenzione per chi è privo di fantasia”, possiamo individuare alcuni dolorosi passaggi in cui si snoda il racconto, dal momento che di mancata fantasia sembrano soffrire, alla stregua di una malattia, i personaggi che segnano la vita della protagonista Maleta: 
[…Ero stata educata al sacrificio di madre e moglie, per finire in un manicomio, solo perché lui aveva deciso che la sua proprietà dovesse essere depositata in un luogo sicuro. Quella proprietà che gli si era ribellata andava nascosta e annientata...].
In un centinaio di pagine, impreziosite da varie illustrazioni, la Tomasello riesce a farci prendere confidenza con quelle prigioni del pensiero, fatte di tradizioni, di morale e di credi religiosi che spesso ingabbiano la donna, negandole ogni personale ed altra scoperta, e dove ancora una volta l’amore e i suoi legami risultano essere i suoi carcerieri:
[…Ero scappata dal mio paesino o forse, da quella famiglia di agricoltori cattolici, dove tutto quello che facevo era considerato peccato, per ritrovarmi fra le braccia dell’inferno…].
Così Maleta inizierà precocemente il suo viaggio verso l’emancipazione, un desiderio che sconterà presto e a caro prezzo “nel giardino dei limoni”, dove con violenza passerà dallo status di adolescente a quello di donna, e di quell’amore semplice, tante volte immaginato e cercato nella confidenza con il proprio corpo, altro non conoscerà che lo strazio:
[…Niente baci, nessun formicolio mi avvisò che in trenta secondi si potesse concepire un figlio…La mia verginità rubata senza gioia, senza vergogna…] […Dalla sua fronte stempiata gocciolava un fiume di sudore. Ogni goccia inseguiva l’altra per morire sulle sue labbra. Avrei voluto essere la prima goccia morta di un temporale estivo, ma finalmente libera dall’agonia del suo corpo..].
Passando per un tunnel di umiliazioni, Maleta scoprirà tutta la sua impreparazione alla vita, sia come donna che come madre ma rimanendo tuttavia fedele a quel suo essere bambina, che credeva possibile una qualche forma di felicità. E che non sia proprio l’esperienza del manicomio, quell’ “ergastolo bianco”, spesso taciuto nei corridoi degli attuali ospizi ed egregiamente riportato in superficie dall’autrice, a rivelare a Maleta che la felicità non dipende da qualcosa o da qualcuno ma unicamente da noi stessi perché la felicità è un modo di amarsi:
“L’elettroshock non servì a cancellarmi la voglia di vivere”.
Se è vero come afferma Caramagna che Leggere un libro non è uscire dal mondo, ma entrare nel mondo attraverso un altro ingresso”, certamente la lettura di questo libro può considerarsi una porta aperta, sia per le vicende umane trattate che per il linguaggio adoperato. La Tomasello, infatti, si avvale di una prosa poetica penetrante, dove l’essenzialità della parola abbinata alla forma diaristica cattura e coinvolge da subito il lettore, portandolo nel divenire dei fatti.



Ilaria Cino, 28 gennaio 2017


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