L'ORA PRIMA




AUTORE: Paolo Gera

GENEREPoesia

EDITORE: Edizioni Rossopietra

Recensione di Lavinia Frati









Un narrare volutamente carnale, anticipato dalla citazione di Ezra Pound “O Lynx keep watch on my fire”, è l’onda che fa fluttuare la poesia di Paolo Gera: il lettore si trova trasportato su due rive opposte.
In una c’è la realtà, nella sua desolante trasparenza, dove tutto può essere catalogato, incellofanato e venduto. Tutto ha un prezzo e tutto è mostruosamente osceno, deprivato com’è dell’eros che accende il desiderio. Non vi sono creature innocenti: gli anziani e i bambini hanno anch’essi perso quella saggezza e quel candore che, antropologicamente, gli veniva conferito.
Il Giano bifronte è una madre che offre al vuoto il corpo di suo figlio o forse lo sta salvando dal precipitare. Ma poco importa. La realtà è mostruosa, anche se imbrattata da una patina dorata. E ogni cosa può essere legittimata pur di apparire, facendo finta di esistere. Ma la finzione è l’unica realtà di cui si è capaci: allora nulla più sorprende ed è possibile rimirare sé stessi come se si fosse altro.
Vediamo quell’altro e non ci riconosciamo nell’immagine urticante, che non ha rispetto per la sacralità di un albero, che trasforma un dio in una pornostar. La realtà urbana, narrata con modalità diverse – dal dialetto al rap ad un linguaggio visionario che ricorda certi quadri di Munch – viene risucchiata dai gorghi della memoria e veniamo quindi catapultati sull’altra sponda, quella del Mito.
Le figure mitologiche che incontriamo hanno tratti consolatori: anch’essi, seppur in modi diversi, esprimono lo stesso istinto autodistruttivo, la stessa volontà di abbandonarsi ad un agire che dia felicità o quantomeno piacere, senza badare alle conseguenze. Spesso si sorride, ma di un riso che rende gli occhi opachi. E tra le nebbie dell’inconsistente, tra ciò che riusciamo a vedere anche con gli occhi chiusi, scorgiamo la necessità di donarci, almeno una volta, almeno alla fine, all’entusiasmo di un ideale che possa migliorare anche la vita degli altri, a perdere insomma quel bieco egoismo in cui ci rannicchiamo per autoconsolarci.
Uno scatto in avanti che ci faccia vedere una luce scordata. E’ una poesia che avvince anche per questo alternarsi di moderno con antico, per questo rimando continuo a personaggi che sembrano contrapposti tra loro ma che invece ci confondono per i molti punti in comune che hanno (così, solo per accennare un esempio, gli ipocondriaci che si tastano le viscere o le “escort mitologiche”).
La ricostruzione della realtà avviene per squarci, a cui il poeta pone mano con l’ironia consolatoria propria del filosofo e che gli permette, allo stesso tempo, di avvicinarsi e di allontanarsi da ciò che osserva mantenendo un punto di osservazione lucido senza però cadere nello scetticismo.
La voce poetica infatti, pur tratteggiando figure spesso repellenti, non mostra per esse una severità propria di chi giudica: ha tratti di benevolenza, come se le debolezze rappresentate non potessero essere debellate ma solo accolte e analizzate. Con l’ironia che è propria dell’intelligenza, il poeta ci indirizza, quasi a volerci far riprendere fiato, a un livello a volte prosastico.
Anche qui l’attenzione dello sguardo è catturata da immagini che vivono di una loro vita, come l’alone sul divano, segno tangibile che una testa che pulsa e che vive c’è ed è proprio quella che è riuscita ad imprimere, in maniera indelebile, quell’alone. Un’ombra che forse solo l’ora prima tornerà a schiarire.

Lavinia Frati, 18 marzo 2017


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