L'AMORE RUBATO



 
AUTORE: Dacia Maraini

GENERENarrativa

EDITORE: Rizzoli

Recensione di Lavinia Frati










Le otto storie di donne di cui l’autrice ci racconta, sono storie di violenza: i corpi e le menti delle protagoniste diventano gli oggetti sui quali la prepotenza e la brutalità degli uomini hanno il sopravvento. Ci siamo chieste perché proprio otto storie: il numero otto, nel suo significato esoterico, rappresenta la necessità di trovare un proprio equilibrio ed esprimere la propria potenza. Senza questi presupposti, ci si troverà sempre in balia della propria emotività.

Nella kabalah invece è il numero che permette l’entrata nella dimensione oltre il tempo, una rinascita che può essere determinata da una forte difficoltà affrontata nella vita. Ed è la speranza di una reazione alla violenza quella che il lettore si augura: ma né le vittime né coloro che assistono da spettatori (sia essi famigliari, medici, amici o assistenti sociali) sono in grado di opporsi in tempo all’esito di tanta ferocia. “Ma lei non è venuta un’altra volta qui al pronto Soccorso con due costole rotte e un sospetto strangolamento?” Marina Savina – questo il nome scritto sulla cartella d’ingresso – scuote il capo con aria testarda. Ma non ha il coraggio di reggere lo sguardo del dottore che sembra dire: sì che sei tu, ti riconosco.

La solitudine della donna e l’uso che l’uomo fa del suo corpo divenuto merce lo ritroviamo, ancora meglio delineato, nel secondo personaggio. Li aveva aspettati, padre e figlia, fino a tardi, mandando giù dei grandi bicchieri d’acqua. E quando li aveva visti entrare era sbottata:” La stai trasformando in un piccolo mostro televisivo, Ottavio, non te ne rendi conto, l’hai svuotata quella bambina, le hai tolto il piacere di giocare, di ridere, di essere naturale, sembra un robot sotto le luci del palcoscenico. Cosa ne sarà di lei da grande?”

L’uomo gentile, che si fa scudo della sua divisa per carpire la fiducia di una giovane donna straniera, e abusare di lei, dopo essersi offerto di aiutarla a prendere un treno appena perso, è il co-protagonista del terzo personaggio, Giorgia. Giorgia si volta a guardare il compagno di viaggio e vede che la sua faccia sta diventando rossa e gonfia. Giorgia lo guarda stupita. La cosa che più la sbalordisce è il cambiamento avvenuto in quest’uomo che alla stazione le era apparso come un salvatore.  La faccia gli è diventata livida, la voce aggressiva, stridula, gli occhi semichiusi sprizzano una rabbia lubrica e violenta. La vita di un piccolo paese di provincia, appena perturbata dalla notizia di una violenza di gruppo a danno di una minorenne, appare tutta nello squallido resoconto che i testimoni, colpevoli e non, danno dei fatti. UN ANNO DOPO. IL GIORNALE LOCALE: Se qualcuno avesse dimenticato i fatti incresciosi dell’anno scorso avvenuti nella zona Prato della Signora, vogliamo ricordare che, come dicevamo noi, lo stupro di gruppo in realtà non c’è stato. Lo hanno dimostrato gli avvocati degli imputati. La vittima è stata riconosciuta ritardata di mente e quindi non credibile nel suo racconto dei fatti. La sua migliore amica, D.M., è stata considerata menzognera. Non per cattiva volontà. Ma perché troppo distante dai fatti, troppo implicata nella faccenda e spesso contraddittoria. Il processo ha appurato che dietro i ragazzi c’erano due adulti che non sono stati identificati, ma che certamente venivano dalla grande città. Due adulti che hanno stuprato e picchiato la ragazzina e poi sono scappati via. I ragazzi sono stati tutti rilasciati. Per l’occasione, i due industriali benemeriti del nostro paese, l’ingegner Lozara e il dottor Andreini hanno organizzato una grande festa prendendo in affitto una sala dell’hotel Bellavista dove hanno bevuto e mangiato più di duecento persone. E tutti hanno ricevuto un piccolo ciondolo in argento su cui è scritto: SEMPRE VINCE L’INNOCENZA.

La dignità di una ragazza stuprata da un bruto, stuprata psicologicamente dal ginecologo che interrompe clandestinamente la gravidanza, è rappresentato da Ale, il quinto personaggio.
Ale lancia un urlo. Il dolore, mentre i ferri rovistano crudeli, si fa lancinante, intollerabile. Dal centro del ventre si allarga, come cerchi di un’acqua smossa da un sasso, invadendo il petto, il collo, gli occhi, il cervello. Tutto brucia e va in frantumi nel suo corpo. Non può fare a meno di gridare.

Giusi e Rosaria erano molto legate. Avevano solo un anno di differenza e si assomigliavano come due gemelle. Giocavano insieme, andavano a scuola insieme, dormivano nella stessa stanza, in letti uguali. Era stato lo stesso patrigno ad acconciare la loro stanza che aveva voluto tutta foderata di rosa, con appese alle pareti delle copie di quadri di Degas con le ballerine in tutù intente agli esercizi.
La donna vedova, con due figlie piccole, che pensa di aver trovato un nuovo amore ed invece, inconsapevolmente, ha offerto al suo nuovo marito – orco, i corpi e le menti di questo uomo che, da ultimo, si difende accusando proprio le bambine di averlo sedotto.

Sentivo arrivare la bufera ma stentavo a ripararmi, ero inebriata da un senso di onnipotenza: io ce la farò, io guarirò, io lo farò rinsavire, lo convincerò con il mio amore ad amarmi senza sospetti.
Sono spesso questi i pensieri della donna- vittima che non vuole ammettere di fronte a se stessa, né tantomeno di fronte agli altri, della trasformazione del proprio amante in un carnefice.

Ho saputo subito che era lei anche se i miei occhi stentavano a credere a quello che stavano vedendo. Mia figlia aveva la testa rapata e una benda macchiata di sangue le copriva la fronte. Mi sono avvicinato mentre il cuore mi si torceva come uno straccio bagnato. Non avevo più saliva in gola. Tutto in me gridava guardando le palpebre livide di mia figlia. Osservando le sue mani delicate dalle lunghe dita flessuose rattrappite e contratte, una guancia era bucata, come trapassata da un punteruolo. Il collo aveva una collana di lividi violacei.

L’amore c’entra poco in questo libro: è l’idea stessa dell’amore che ha subito un furto, che è stata piegata alle necessità e ai vizi di uomini che, immersi in una cultura maschilista e irriguardosa dell’animo femminile, l’hanno resa repellente. E non riguarda solo alcuni ceti sociali: spesso anzi tale violenza è inaspettatamente presente, e quindi risulta ancora più urticante, laddove esiste un buon livello di cultura, di benessere sociale. Quello che emerge, dopo la lettura di questo coinvolgente libro, è che, oltre all’educazione sessuale, dovrebbe essere curata anche l’educazione sentimentale: ciò porterebbe ad un maggior rispetto dell’altro – inteso proprio come diverso da sé – e sicuramente aiuterebbe la società a rendere meno comune il fenomeno della violenza sulle donne.


Lavinia Frati, 3 ottobre 2016


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