La lavagna letteraria "Franco Loi: Versi per fare vasto il mondo"





Scrivere, dipingere, far musica, esigono soprattutto un grande amore. Poi un grande abbandono a se stessi. Avere la coscienza che la parola che dico è la parola mia, del mio mondo, della mia emozione, della mia espressività, e lo è in modo insostituibile. Perché se scrivo un verso è il mio verso; tant’è che posso riconoscere subito un verso di Leopardi, uno di Shakespeare: quella è la loro voce, è quel loro particolare modo di essere che sviluppa quella sonorità particolare, anche se poi ci sono ritmi e segni comuni a tutti noi. 

L’esperienza è un fatto comune e condiviso, solo che, per il nostro modo particolare di entrare in rapporto con la realtà, ognuno di noi dà più importanza a certe cose piuttosto che ad altre, ma non perché le altre non abbiano importanza per quella persona, ma per una sorta di segno, destino, predisposizione. Mettere l’accento su un qualcosa non significa che le altre non siano dentro di noi e che tutti gli altri possibili rapporti non esistano dentro di noi.

Tanto che nel sentire una musica o una poesia, ciò che esprime il poeta lo sentiamo anche noi, quindi l’esperienza è comune. Se guardiamo un quadro di Piero della Francesca, e poi andiamo in Toscana, o ci siamo già stati, anche se non abbiamo mai notato un certo modo di essere dei cipressi, delle strade, diciamo: guarda, è proprio come in quel quadro di Piero della Francesca. Abbiamo dentro quell’emozione, quel tipo di rapporto con la cosa, ma non ci abbiamo mai fatto caso. 

La poesia è importante perché attraverso essa noi diamo valenza a qualcosa che magari non sarebbe stato neanche notato, e possiamo essere certi che, qualsiasi cosa facciamo o diciamo, c’è chi l’ascolta. Perché c’è qualcuno che ha dentro di sé, quel mondo, quelle esperienze, quelle emozioni del mondo. Allora il nostro atto d’amore diventa importante anche per gli altri, perché consente loro di allargare la loro propria coscienza, il campo della loro propria possibilità emozionale, di ampliare la visione. Infatti, quando sentiamo una grande musica, o leggiamo un grande poeta o romanziere, dentro di noi si allarga il mondo, si sviluppa in noi la possibilità di entrare in possesso anche di altri metri per vedere e capire. Il verso perché si chiama “verso”? E perché il mondo si chiama “universo”? “Universo” significa che tutto va verso l’unità, “uno” - “verso”, cioè l’espressione del movimento “verso”. Verso l’unità delle cose, e il poeta sa perfettamente che tutte le cose sono in relazione fra loro, le cose lontane e le cose vicine, tant’è che una delle grandezze della poesia è l’accostamento delle cose più disparate, apparentemente lontanissime eppure messe insieme in modo plausibile. Entrare in rapporto con le cose attraverso un verso significa anche che mi muovo “verso” l’altro. La direzione di un verso è quindi nella direzione del proprio essere, dell’altro e di Dio. Perché quando nasce la parola “verso” e si parla dell’ “universo” si parla, in fondo, dell’unità di tutte le cose in Dio.

L’etimo di versus è un radicale indoeuropeo che fa ver che significa melodia. Plinio ne accenna quando parla del canto degli uccelli, e infatti si tratta di un’origine etimologica che avvicina al canto, alla melodia appunto. Il verso ha quindi una funzione di movimento verso e anche una funzione di canto, melodia. La sonorità della parola e il suo ordine rientrano in questa idea di verso.

Quanto ai contenuti, potete metterci quello che volete. Dante parla di tutto, ma il vero contenuto è l’emozione che ha saputo trasmettere.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita...” può sembrare un modo ragionativo, ma entrando dentro ci sono valori straordinari, riferimenti importantissimi. Dentro una cassa armonica, una gabbia sonora che era la più adatta per lui, perché corrispondeva a lui e al suo respiro, lui ha messo di tutto: dalla filosofia che esprime S. Bernardo, alla guerra, all’amore. In un certo senso, si potrebbe persino dire che i contenuti sono indifferenti alla poesia, e il poeta sente l’allegrezza della poesia proprio perché è indifferente il contenuto, ha rilevanza per il nostro “io” e per la nostra esperienza, ma il vero contenuto è l’emozione che sappiamo trasmettere e tutti i sensi riposti che sono nella poesia. Ulisse, nell’Odissea, quando sbarca sull’isola di Circe incontra Mercurio. Mercurio, ha la stessa funzione che ha in certi frangenti Virgilio. Circe trasforma gli uomini in porci ma Ermes gli dà un’erba particolare che preserva Ulisse dal divenire un porco. L’erba è un espediente letterario, perché certe erbe, come certe droghe, potevano far entrare l’uomo in relazione con la profondità di sé. Ermes assolve la stessa funzione di Virgilio quando dà certi consigli a Dante e lo preserva dall’essere travolto dalla passione, dalle sirene, dalle ideologie, dalle cose che possono portarlo a divenire un porco: Omero utilizza un codice dell’epoca, l’erba, ma è la funzione ciò che conta, cioè il fatto che lì si dà un’indicazione per la salvezza dell’uomo, e cioè di entrare in rapporto con la profondità di sé prima di entrare in rapporto con le cose del mondo che possono travolgere.

Questa funzione è un valore riposto della poesia che a volte si esprime attraverso simboli per innumerevoli ragioni, ad esempio di salvaguardia di sé. Dante non poteva dire che Beatrice altro non è se non la sua anima, e allora parla di donna angelicata, di amore. Se Dante avesse detto che era la sua anima quella che vedeva Dio, che aveva avuto la caduta a nove anni e quindi aveva avuto la visione, avrebbe dovuto render conto alla Chiesa, e finire magari sul rogo. Stesso rischio ha corso Petrarca, quando sosteneva che la poesia viene sempre da Dio ed è sempre Sacra scrittura. La grande poesia è sempre piena di cose significative e significanti ma attraverso dei simboli, perché non tutte le cose si possono dire esplicitamente. Tant’è vero che Dante avvisa “Sotto il velame de li versi strani”, quindi dice “State attenti che dico anche delle altre cose, e non solo quello che sembra”. La poesia, per sua natura, dice sempre qualcosa di velato, di nascosto, perché è la realtà che è velata e ha tanti significati. Ogni persona che cresce in coscienza e in esperienza capisce il mutare del valore delle cose. Ci sono dunque sempre tanti significati. Per esempio, “Nel mezzo del cammin di nostra vita” non significa solo quel che tutti hanno sempre pensato. Alcuni anni fa, certi studiosi hanno indicato che “mezzo” è da intendersi per “corpo”, ed ecco che tutta una serie di cose che Dante dice nella Divina Commedia si capiscono di più. Il corpo come mezzo attraverso cui l’anima opera per realizzare una sua maggiore elevazione e coscienza, per avvicinarsi a Dio. Quindi, il senso diventerebbe “attraverso il corpo, il mezzo con il quale si cammina nella nostra vita, mi son trovato in una selva oscura” che diventa immediatamente la selva dei desideri, degli errori, dei falsi scopi, quella dei falsi “io” in cui ci troviamo tutti e da cui dobbiamo districarci. Che Beatrice rappresenti la sua anima è un’altra interpretazione ricca, interessante.

Generalmente, il poeta scrive e solo dopo scopre quel che ha scritto, anzi: più rilegge e più scopre. Ecco, questa è una grande funzione della critica. Tempo fa leggevo una critica romana su di un mio libro e mi son detto. “Ma guarda!... È vero”. C’erano delle cose che io non avevo visto mentre le scrivevo. Non sto parlando delle diverse interpretazioni possibili di un testo solo perché, come si sa, ognuno vede le cose a modo suo. È proprio che le cose ci sono dentro, proprio come nella realtà: le cose ci sono.

Cezanne aveva detto “La mela è un cerchio” e il mio grande amico Tomiolo invece ribatteva: “No, una mela è una mela” e il grande dovere del pittore è tentare di riprodurre una mela, e non di fare un cerchio. Questo tentativo di riproporre il reale è la grande scommessa della poesia, tentativo mai perfettamente riuscito perché, dobbiamo saperlo, la poesia è sempre una sconfitta. Faccio un esempio: passo una serata bellissima, ho provato grande felicità, lo voglio dire ad un altro. Per quanto gli dica, non riesco mai a dire fino in fondo quella esatta realtà. Il cruccio di ogni uomo è questo voler riprodurre quella realtà, senza che sia possibile. Lo sforzo profondo, incessante, ossessivo - come dice giustamente la Cvetaeva, “La poesia è un’ossessione”, intendendo con ciò non certo una malattia nevrotica, ma di “qualcosa dentro di noi che vuole disperatamente essere”, qualcosa che vuole ossessivamente giungere al compimento del reale - questo sforzo di espressione del reale è la poesia, ma è raramente possibile, e quindi è comunque un fallimento.

In conclusione, se si vuole far poesia bisogna guardarsi dalla parola troppo intellettuale, troppo di moda, cercare quella che nasce da noi; più le parole sono semplici e meglio è, oppure, la parola che nasce da noi già con la ricchezza dell’essere pregna di cose e significati: i neologismi, la parola espressionista. Basta che nasca da noi, che non sia un espediente. La poesia richiede un rapporto con la parola che non è certo quello della parola adatta a tutte le circostanze. È l’essere che parla.

Poi ci si accorge anche di che cosa non funziona, cosa bisogna togliere. Dopo un po’ di tempo si vede. E quel tempo non è quello degli orologi: un mese, tre mesi, due anni. È il tempo interiore della nostra esperienza: l’esperienza che abbiamo voluto esprimere è passata dentro di noi, è superata. Allora possiamo guardarla come se fosse di un altro. È fredda, la nostra mente guarda e vede quello che c’è e quello che non c’è, quello che va bene e quello che va tolto. 











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Articolo estratto dal Sole 24 ore - Franco Loi - 07 settembre 2015

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Franco Loi (Genova, 21 gennaio 1930) è un poeta , scrittore e saggista italiano. Esordisce nel 1973 come poeta dialettale riscuotendo da subito un buon successo con l'opera "I cart" edita dall'edizione Trentadue di Milano e l'anno dopo con "Poesie d'amore" edite da Il Ponte. Nel 1975 il poeta dimostra di aver raggiunto la completa maturità poetica con il poema "Strolegh" pubblicato da Einaudi. Nel 1978 scrive la raccolta "Teater" edita da Einaudi e nel 1981 l'opera "L'Angel", pubblicato a Genova dalle Edizioni San Marco dei Giustiniani e "L'aria del la memoria", edita da Einaudi che raccoglie tutte le poesie scritte tra il 1973 e il 2002, tra cui alcune già edite nella raccolta I cart e Poesie d'amore. Oltre alle raccolte di poesia, Loi ha scritto nel 2001, un libro di racconti intitolato "L'ampiezza del cielo" ed ha pubblicato diversi saggi. Loi è stato vincitore del Premio Bonfiglio per la raccolta Strolegh, del premio Nonino per Liber e recentemente ha ricevuto il Premio Librex Montale della medaglia d'oro ed ha inoltre ricevuto dal Comune di Milano l'Ambrogio d'oro e il "Sigillo Longombardo della Regione Lombardia. Ha contribuito a numerose riviste e lavora tutt'ora per il Sole 24 ore.





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